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Venerdì 3 Marzo 2017 ore 20,30 ESODO

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PROIEZIONE DEL DOCU-FILM ESODO LA MEMORIA NEGATA
AL TERMINE DELLA PROIEZIONE DEL DOCUMENTARIO CHE  RACCONTA LA TRAGICA VICENDA DELL’ESODO DEI VENETI ISTRIANI, GIULIANI E DALMATI E IL DRAMMA DELLE FOIBE VISSUTO DA QUESTE POPOLAZIONI, CHE HANNO SUBITO LA CONFISCA DEI BENI E DEI RISPARMI,  PREVISTO DIBATTITO IN SALA CON:
PIERLUIGI CAGNIN SINDACO DI PIOMBINO DESE
RAPPRESENTANTI ANVGD
PATRIZIO MIATELLO PRESIDENTE EZZELINO III DA ONARA

La questione del risarcimento per la confisca dei beni dei risparmi e delle Vite Umane ? a 70 anni dalle atrocità umane tutti se ne lavano le mani.

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La questione del risarcimento per la confisca dei beni dei risparmi e delle Vite Umane ? a 70 anni dalle atrocità subite dagli Istro Veneti tutti se ne lavano le mani.

La Jugoslavia – nell’ambito della propria politica economica di stampo socialista che prevedeva la nazionalizzazione di tutti i mezzi di produzione – attuò la confisca dei beni degli italiani che avevano abbandonato i territori, giustificando tale atto come risarcitivo: infatti per quanto stabilivano i trattato di pace siglato a Parigi nel 1947 l’Italia doveva alla Jugoslavia la somma di 125 milioni di $ come riparazione per i danni di guerra subiti . L’Italia accondiscese a questa sistemazione, firmando nel tempo una serie di accordi e procedendo alla liquidazione di un indennizzo agli esuli, sulla base di un valore presunto dei beni, molto minore del valore reale.

Il trattato di Osimo del 1975, che concerne la definitiva suddivisione dei confini dell’ex Territorio Libero di Trieste, fa espressamente riferimento ad un accordo per risarcire i beni nazionalizzati dalla Jugoslavia in questa zona, non compresa negli accordi di risarcimento di cui sopra .

Negli anni che seguirono l’esodo e soprattutto dopo il 1980, anno della morte di Tito, le associazioni di esuli rinnovarono al governo italiano la richiesta di rivedere le entità di tutti i precedenti risarcimenti e una richiesta di risarcimento fu anche rivolta alla Jugoslavia.

Il 18 febbraio 1983 a Roma fu ratificato l’accordo previsto dal Trattato di Osimo, con il quale la Jugoslavia s’impegnava a pagare 110 milioni di dollari per il risarcimento dei beni nazionalizzati nella ex-Zona B del Territorio Libero di Trieste.

All’atto dello smembramento della repubblica jugoslava solo 18 milioni di dollari erano stati però versati e distribuiti agli esuli; Slovenia e Croazia si accordarono, in seguito, con l’Italia firmando, il 15 gennaio 1992 a Roma, un memorandum sui successivi pagamenti.

Tuttavia un trattato definitivo non venne mai stipulato.

Croazia e Slovenia si accordarono, tra loro, per versare, in percentuale del 62% per la Slovenia e del 38% per la Croazia, la restante parte della somma. La Slovenia depositò circa 56 milioni di dollari presso la filiale lussemburghese della Dresdner Bank, considerando con ciò di aver saldato il debito, ma lo Stato italiano non riconosce la legittimità del modus operandi adottato dal governo sloveno. Per questo motivo agli esuli o ai loro discendenti non sono ancora stati distribuiti questi fondi provenienti dalla Slovenia.

La Croazia non ha ancora versato alcunché, poiché spera di trattare ulteriormente con le autorità italiane. Il capo di governo croato Ivo Sanader annunciò pubblicamente la volontà del suo governo di saldare il debito dopo le elezioni politiche italiane del 2006, onde evitare strumentalizzazioni. Ma la situazione è ancora in fase di stallo.

Ulteriori elementi da prendere in considerazione sono le leggi sulla denazionalizzazione dei beni promulgate sia dalla Slovenia che dalla Croazia, con le quali si è previsto di reintegrare nei loro diritti i proprietari dei beni nazionalizzati. Dopo una prima versione delle leggi con la quale si escludevano dal beneficio i cittadini stranieri, ritenuta discriminatoria dall’Unione Europea e cassata dalle Corti Costituzionali dei due paesi, venne promulgata una seconda versione che escluse i beni già oggetto di accordi internazionali di risarcimento: in questo modo – così affermano i governi sloveno e croato – i beni degli esuli italiani continuano ad essere esclusi dal reintegro o dal risarcimento

9/4/2014 Una sentenza del 25 marzo della Corte di Cassazione è la pietra tombale sulla richiesta dei profughi istriani, fiumani e dalmati. Adesso, però, si apre lo spiraglio di un ricorso alla Corte europea per i diritti dell’uomo.

«Siamo pronti a presentarlo per contestare l’elemosina elargita dall’Italia agli esuli – dichiara l’avvocato triestino Sardos Albertini -. Così lo Stato sarà chiamato a rispondere della violazione del diritto ad un risarcimento congruo per i beni scippati a chi è stato costretto a lasciare l’Istria e la Dalmazia». Gli fa eco Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli istriani: «Una sentenza vergognosa, non solo una beffa. L’Italia, in maniera indubbia, si era assunta l’onere di risarcire gli esuli».

Non la pensano allo stesso modo i supremi giudici. Alcuni esuli ed eredi avevano fatto causa al ministero dell’Economia e alla Presidenza del Consiglio. La sentenza 8055 della Cassazione sancisce che, pur esistendo «un diritto soggettivo nei confronti della pubblica amministrazione» tuttavia «non limita le scelte del legislatore nel determinare la misura dell’indennizzo».

Il ricorso degli esuli faceva presente che le somme versate per i beni abbandonati erano irrisorie e tardive essendo state stabilite con il famigerato accordo di Osimo del 1975. La causa faceva riferimento al precedente della Corte europea dei diritti dell’uomo relativa ai risarcimenti da parte della Polonia dopo gli accordi presi con le Repubbliche sovietiche. I giudici italiani sostengono che «la privazione dei beni dei cittadini italiani si è verificata ad opera di uno Stato straniero, al quale il territorio su cui essi si trovavano è stato ceduto dall’Italia, soccombente nel conflitto bellico».

Gli esuli chiedono da anni a Roma un equo indennizzo per una cifra complessiva di sei miliardi e mezzo di euro. «Con l’ultimo governo Berlusconi si era arrivati quasi ad un accordo su 3-4 milioni, ma poi è saltato tutto» spiega Lacota. Ad Osimo l’ex Jugoslavia si impegnò a versare 110 milioni di dollari per i risarcimenti su un conto in Lussemburgo. Dopo le prime tranche è scoppiata la guerra che ha dilaniato il Paese bloccando i versamenti.

In seguito la Slovenia ha sborsato la sua quota e la Croazia no. L’Italia non ha mai toccato questi soldi. In Slovenia e Croazia ci sono ancora 1440 proprietà e immobili, magari ridotti a rudere, ma che potrebbero venire, in alternativa, restituiti.

«Provo profonda tristezza per questa sentenza. La soluzione è politica, anche se fino ad oggi abbiamo ricevuto solo briciole» sostiene Renzo Codarin, presidente della Federazione degli esuli. Al Piccolo, il quotidiano di Trieste dove vive una forte comunità di istriani e dalmati, il deputato Pd, Ettore Rosato, ammette che «la questione degli indennizzi agli esuli spetta alla politica, non agli organi giudiziari».

La parlamentare giuliana di Forza Italia Sandra Savino accusa la Cassazione di far parte di «un’Italia che si rifiuta di guardare al passato con la lucidità del presente».

Pochi mesi fa tre fratelli eredi di un’autofficina nel centro di Capodistria, oggi principale porto sloveno, hanno rifiutato con sdegno un risarcimento di Roma di 80 euro per la licenza sommati a 240 per i macchinari perduti e la licenza. A dieci anni dal giorno del Ricordo che ricorda il dramma dei profughi istriani e dalmati, lo Stato italiano continua a beffare gli esuli.

01 aprile 2015 Strasburgo stronca le speranze degli esuli

La Corte dei Diritti dell’uomo boccia il ricorso delle associazioni. Decisione inappellabile presa da una giudice macedone

Neppure l’Europa rende giustizia agli esuli. La Corte dei Diritti dell’uomo di Strasburgo diventa la Corte europea “dei diritti negati”. Il ricorso presentato un anno fa, dopo la sentenza negativa della Corte di Cassazione sugli ulteriori indennizzi agli esuli per gli espropri dei beni e dei risparmi patiti alla fine della seconda guerra mondiale, è stato rigettato senza motivazioni. Era l’ultimo grado di appello.

«Un esito infausto» come riferisce l’avvocato Gian Paolo Sardos Albertini che, dieci anni fa, insieme ad altri colleghi avvocati (tra cui l’avvocato De Pierro del New Jersey), ha intrapreso la battaglia per chiedere giustizia a favore di quei cittadini italiani (istriani, giuliani e dalmati) «che, dal 1947 in poi, per fuggire dalle angherie del regime di Tito, hanno dovuto abbandonare i propri averi e le proprie terre».

Il lungo procedimento giudiziario arriva così al capolinea. E ora non resa che l’amarezza di una sconfitta. Il nome della relatrice della Corte di Strasburgo dice tutto: Mirjana Lazarova Trajkovska, macedone (ex Jugoslavia). Una pietra tombale sul ricorso degli esuli: «La decisione della Corte è definitiva e non può essere oggetto di ricorsi davanti alla Corte, compresa la Grande Camera, o altri organi» scrive lapidaria nella lettera la referendaria Elena D’Amico.

«Animato da un forte spirito di servizio ho messo a disposizione degli esuli la mia professionalità e le mie competenze per ottenere dallo Stato italiano il giusto risarcimento in termini economici dei beni e dei risparmi abbandonati nelle terre d’origine – spiega Sardos Albertini che ha avuto diversi membri della famiglia coinvolti nell’esodo -. In questa prospettiva nel 2006 ho intrapreso una lunga battaglia legale, partita dal Tribunale di Trieste e culminata in sede europa dinanzi alla Corte di Strasburgo».

Una vera odissea legale approdata a nulla. «In Italia coltivavo poche speranze di ottenere risultati positivi: un organo dello Stato (l’ordine giudiziario) avrebbe dovuto condannare un altro organo del medesimo Stato (l’ordine esecutivo) al risarcimento dei danni patiti dagli esuli. Ha prevalso ovviamente la logica conservatrice a discapito della giustizia – scrive l’avvocato -. La sentenza negativa della Corte di Cassazione del marzo 2014 ha sancito l’esaurimento delle cosiddette vie interne e la conseguente possibilità di porre la questione dinanzi la Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo. In sede europea, forte anche di un preciso precedente giurisprudenziale, il cosiddetto caso Broniowski (avente ad oggetto la sorte dei beni abbandonato da 80mila cittadini polacchi nei territori ad est del fiume Bug) auspicavo che le legittime aspettative degli esuli istriani-giuliano-dalmati fossero adeguatamente corrisposte».

Esuli, Roma pronta a sbloccare i fondi per gli indennizzi

Governo orientato a incassare i 90 milioni di dollari dovuti da Slovenia e Croazia. Rosato: «Prima l’intesa con le associazioni. Con quei soldi si finanzino progetti a Trieste»

Non è stato così. «Senonché, non senza stupore,  la Corte di Strasburgo, con una comunicazione di poche righe,   comunica di aver rigettato il ricorso» aggiunge sdegnato Sardos Albertini che non esista a definire «incredibile e spaventosa» la sentenza. «Tale decisione, già di per sè intollerabile, è resa anche più straziante dalla circostanza che la Corte medesima non si cura di esplicitare i motivi per i quali ha deciso di determinarsi in tal senso: decenni di angherie e soprusi liquidati con una lettere di poche righe che dichiara irricevibile il ricorso senza fornire la benchè minima giustificazione. La circostanza che desta maggiore scandalo è che la normativa permette la Corte di atteggiarsi in siffatta maniera. A tale organo giurisdizionale, infatti, è dato modo di rigettare ricorsi concernenti diritti fondamentali della persona, senza dare atto dei motivi che conducono a simile decisione» conclude amaro Sardos Albertini.

Tutti se ne lavano le mani. Questa è la dimostrazione che l’Europa non è dei popoli ma è l’Europa della finanza e dei banchieri.  Che non  tutela i popoli. La sentenza di Strasburgo è inaccettabile.  Ma nessuno in tutta questa vicenda può davvero dirsi davvero innocente. A partire dallo Stato italiano che è stato il primo a lavarsi le mani .

Purtroppo  l’esito negativo della Corte dei Diritti Umani di  Strasburgo  . Chiude ancora una volta  agli abusi subiti dagli esuli istriani dei diritti umani. La strada da percorrere è quella politica cercando di convincere gli Stati coinvolti a riconoscere i torti degli esuli. Il fatto che la Croazia sia entrata in Europa apre uno spiraglio importante per la trattativa. Un realismo politico forse aiuta di più a ottenere risultati.   L’Europa della Finanza e dei banchieri

Patrizio Miatello presidente Ezzelino III da Onara